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anno: 2004
cm. 22.8 x 24.8 - 206 pagine
Stampa : Graficart - Formia - Lt
Ricerca iconografica : Erasmo Treglia
ISBN: 88-88391-02-0
La Zampogna Ambrogio Sparagna
Nell'immaginario collettivo urbano il suono della zampogna (la "cornamusa" dell'Italia centro-meridionale) evoca subito, di norma, la questua, la novena pre-natalizia, le "pastorali". Certo, è questo il suo uso più visibile, rituale (non solo attorno alle feste di Natale, ma anche per la Pentecoste, i riti di maggio e i pellegrinaggi). Un uso che sino a pochi decenni fa poteva rivelarsi dirompente segno di una differenza culturale: impossibile per me dimenticare le due mattine di maggio (1973 e 1974), quando con Cesare Bermani aspettavamo l'arrivo delle compagnie di pellegrini scortate da orchestre di zampogne al santuario di San Domenico a Cocullo (provincia dell'Aquila), per verificare una volta di più l'esplosione di una religiosità popolare allora non ancora completamente modificata dalla Chiesa (estrema propaggine del culto abruzzese dei serpenti). Nei cinque decenni che sono trascorsi dalla prima tappa fondamentale della ricerca etno-musicologica in Italia, la campagna di raccolta condotta nel 1954-1955 da Diego Carpitella e Alan Lomax (registrazioni sul campo dall'Alto Adige sino alla punta meridionale della Sicilia), la diffusione dello strumento è stata in molte occasioni verificata anche fuori dell'ambito magico-religioso. Oggi ancora, il suo uso profano anima le occasioni festive, al suono trascinante della zampogna si ballano saltarelli e tarantelle, si accompagnano le serenate e i canti. Ma la zampogna non è più legata al lavoro: si suonava durante il lavoro nei campi, oppure, in occasione delle grandi transumanze, al seguito del gregge. Con l'emigrazione di massa nelle città, contadini e pastori hanno dovuto distaccarsi drammaticamente dalla loro cultura tradizionale per poter accedere ad uno status economico superiore; l'uscita inevitabile da un'economia contadina si è fatta senza la guida di una cultura. E' stato forse proprio il diffuso, rapido manifestarsi del processo di omologazione ad attivare comunque il riformarsi di una riconsapevolezza musicale in alcune sacche di "resistenza", a stimolare un processo di "revival interno" a livello locale, che ha saputo arricchirsi attraverso nuove forme di ricerca e di organizzazione della cultura interne alla comunità. In parallelo al lavoro generalista del "folk revival", la ricerca e riproposta su scala nazionale. Il risultato di due decenni di intervento è che, nelle terre dell'Italia rurale del Centro e del Sud, sono stati individuati non pochi "alberi di suoni", costruttori/suonatori che rimangono portatori del più ampio repertorio musicale della zona, un repertorio di zampogna che ha ripreso ad essere in funzione, al servizio della comunità.

































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